Quando la storia diventa esperienza vissuta Un viaggio nella magia del teatro alla Scala
Molto più di una gita a Milano per gli alunni della Classe Quinta della Scuola Primaria del Pontificio Collegio Gallio
Como, 21 gennaio 2026
Un viaggio nella magia, più che una semplice gita d’istruzione, alla ricerca del bello.
Il teatro – al Gallio lo sappiamo bene – è uno dei terreni di crescita della personalità più fecondi che la pedagogia di ogni tempo abbia mai messo a disposizione dei giovani germogli d’uomo. Sul palcoscenico, dove citando Pirandello “si giuoca a far sul serio”, si indossa una maschera che aiuta chi recita a offrire il proprio mondo interiore all’interazione con gli altri attori e con il pubblico, fingendo come nel gioco, ma allo stesso tempo coinvolgendo il proprio corpo, la propria voce, il proprio carattere, il proprio modo di comunicare nello sforzo di costruire, nel dialogo, una storia. E non si è mai soli.
A Milano, gli alunni della Classe Quinta della Scuola Primaria hanno partecipato, non soltanto assistito, a una rappresentazione della Compagnia del teatro Il Trebbo, dal titolo “Antica Grecia”, e dallo stimolante sottotitolo “Andra moi ennepe Musa”, il primo verso dell’Odissea. O Musa, raccontami l’uomo, scrisse Omero, e si riferiva a Odisseo, il viaggiatore, il ricercatore, ma possiamo pensare che fosse l’Uomo ciò che in realtà intendesse evocare. E l’uomo greco, bello e buono per definizione, i nostri bimbi hanno incontrato ed interpretato.
La straordinaria abilità degli attori del Trebbo nel coinvolgere i giovani spettatori ha trasformato ciascuno di loro in un Ulisse alla scoperta del mondo greco, in poco più di un’ora, con qualche stoffa e pezzo di legno a significare pepli e spade, senza prove, senza chissà quali scenografie, qualche sapiente effetto speciale per affascinare e tanta passione per alimentare la loro fantasia.
Ciascuno ha declamato una frase, ha mimato un gesto, ha avuto il proprio momento di ribalta ed è diventato parte della mitologia, della poesia, della storia del popolo che ha inventato la civiltà di cui siamo figli.
In un mondo di prime parti, in cui insegniamo più o meno consapevolmente ai nostri bambini a sgomitare per apparire, è stato loro proposto uno spettacolo democratico, in cui, proprio come ci hanno insegnato i Greci, ognuno fa la sua piccola parte per costruire bene e bellezza. Davvero un momento istruttivo, dove i nostri alunni non hanno soltanto imparato la storia, ma l’hanno vissuta, grazie alla magia del teatro e alla bravura della compagnia del Trebbo.
Da un proscenio a un altro, camminando per il centro di Milano dove la Storia è scritta nelle meravigliose architetture di Sant’Ambrogio, che abbiamo visitato, sulle Colonne di San Lorenzo, nelle vie d’acqua dei Navigli.
Nel pomeriggio l’incontro con una fucina di sogni che è davvero unica al mondo, i laboratori dove gli artisti del Teatro alla Scala preparano scene e costumi, nei capannoni delle ex Acciaierie Ansaldo.
“Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma nulla è falso”, disse una volta il grande Gigi Proietti. Ed eccolo lì, un tronco, con la corteccia rugosa che sembra verissima finché toccandola non la si sente cedere con la consistenza della gommapiuma. Decine di falegnami che lavorano alla costruzione di un enorme cupola, che svetterà sopra il palco della prossima produzione di “Nabucco”, enormi fossili sbalzati nel polistirolo per un “Pelleas et Melisande”, carte da gioco alte quattro metri per un “Alice nel paese delle Meraviglie”, fabbri che saldano un’impalcatura di metallo, un giovane che, con uno spruzzatore come quelli per dare il rame alle viti, trasforma un telo bianco grande come una palestra in uno sfondo giallo pallido, mentre a fianco una collega usa un manico di scopa sormontato da un tampone per tinteggiare delle striature verdi, forse diventeranno un bosco.
Li abbiamo visti dall’alto, dai pontoni dell’acciaieria, ci facevano ciao lasciando per un momento le loro creazioni, mentre li fissavamo imbambolati, camminando tra i bozzetti di decine di scenografie, dalle più antiche alle recenti, i bambini che notavano i titoli delle opere che conoscono: “Guarda, Gianni Schicchi, Suor Angelica, ma quante Turandot ci sono”…
E poi giù, nei sotterranei dove sono custoditi oltre due secoli di costumi: stavano riponendo quelli dell’opera di Shostakovich che ha aperto la stagione 25/26. “Quattro divise Siberia – donne”, “Banda in scena – pantaloni”, “Quarto atto – abiti coro femmine”, decine di vestiti sugli appendiabiti pronti a riposare fino alle future riprese dello spettacolo, ciascuno con il nome dell’interprete, dell’artista del coro, della comparsa, se dimagrisce o ingrassa lo riadattiamo…
Un costume da sirena di uno spettacolo in cui danzarono Carla Fracci e Rudolf Nureyev, un Re dei Topi di uno Schiaccianoci, e tante persone che piegavano, con attenzione, anzi no, con amore, chi un abito lungo, chi un paio di mutandoni color carne. Ma davvero i costumi li lavano ad ogni recita? Gioia, i cantanti sudano… Capolavori effimeri, che vivono dieci repliche e dormono per anni. Ma che sono la commovente riprova di quanto il teatro sia una fiammella che, per il tempo che sta accesa, illumina i nostri occhi di rara bellezza.
Tutto questo a Milano, a due passi da noi. C’è davvero motivo di andarne fieri. E di commuoversi vedendo gli occhi dei nostri bambini riempirsi di meraviglia, perché possono dire di aver visto nascere un sogno.